ATTO UNICO
di Lorenzo Trombini
Perché di spettacoli "woke" non se ne può più
ATTO UNICO, lavoro finale 2026 delle meravigliose classi di teatro dell'Accademia Arte e Vita di Breno
Atto unico è un lavoro inclusivo, figuriamoci se a teatro ci permettiamo di essere discriminatori. Tuttavia non ammicca ad alcuna minoranza, per un motivo molto semplice: non se ne può più di andare a vedere spettacoli, saggi, lezioni aperte e rappresentazioni in cui c'è sempre il messaggio inclusivo appiccicato al solo fine di far sembrare uno spettacolo mediocre un lavoro quasi accettabile.
Si vestono i panni degli inclusivi a tutti i costi perché si fa fatica a mettere in scena qualcosa di guardabile. Mai attuali come ora sono le parole di Ionesco: Se è assolutamente necessario che l'arte o il teatro servano a qualche cosa, dirò che dovrebbero servire a insegnare alla gente che ci sono attività che non servono a niente, e che è indispensabile che ce ne siano.

Il testo
Il testo risale al 2019; da allora ha subito qualche lieve aggiustamento: racconta l'allestimento del lavoro finale di una classe di teatro, tra allievi attori capricciosi, continui incidenti di percorso e una regista di pessimo carattere con l'ingrato compito di tenere assieme una rappresentazione che sembra essere maledetta.
Il testo raccoglie citazioni di Shakespeare, Plauto, Ionesco, Stanislavskji e altre eccellenze mondiali della drammaturgia e del teatro.

La scuola
Cosa rende speciale una scuola di teatro come l'Accademia Arte e Vita: le sale? Cosa rende meravigliosa una sala da spettacolo come il teatro delle Ali: le dotazioni tecniche?
Forse, ma le questioni materiali sono solamente la minima parte. Ciò che davvero rende speciali questi luoghi sono le persone che li frequentano, settimana dopo settimana. L'Accademia è fatta di ragazzi, uomini e donne che portano qui ogni aspetto del loro essere, e a quell'aspetto possono dare libero sfogo durante tutto l'anno. Tutto l'anno, sì, perché il lavoro finale che vedrete stasera occupa solamente la minima parte dell'anno accademico. Qui si impara, si suda, ci si sporca le mani e si fanno lavorare corpi.
La rappresentazione
Portare sé stessi a teatro richiede tempo e pazienza, per questo la costruzione della rappresentazione è durata solamente poco più di un mese. Questa è una scuola di teatro e il nostro compito è insegnare a recitare, non è investire quasi un anno intero sull'allestimento del saggio finale.

Ci abbiamo messo solamente un mese, ma non è un mettere le mani avanti. Non sono mai riuscito a sopportare quegli insegnanti che definiscono i propri allievi "poveretti da palcoscenico", invitando il pubblico ad essere clemente nel giudicare la rappresentazione. Benché Shakespeare chieda di "cortesemente ascoltare e poi gentilmente giudicare" voi, in quanto pubblico, siete liberi di giudicare con spietatezza. E lo siete anche quando vi viene chiesto l'esatto contrario.
Qui ci sono meraviglie che hanno lavorato seriamente attorno a un copione, e ci aspettiamo di essere giudicati con obiettività. Siate giusti: sono attori, non poveretti.
Il woke a tutti i costi
Non se ne può più di vedere Biancanevi che di neve non hanno nulla. Non se ne può più di nani digitali al posto delle persone in carne e ossa. Non se ne può più di asterischi al posto delle lettere, non se ne può più del politically correct a tutti i costi, che alla fine diventa politically correctness. Non unisce. Divide.

Grazie!
Allo splendido pubblico di ieri (22 maggio), che ha saputo vivere, divertirsi e applaudire gli allievi!